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Storia della tartuficoltura

Storia della tartuficoltura

L’idea di coltivare tartufi è antichissima e benché sia difficile stabilire con precisione la data di inizio di questa coltivazione, tuttavia può essere interessante ripercorrerne le tappe fondamentali per vedere come essa si è evoluta nel tempo. Secondo Ceruti (1986) la tartuficoltura è contraddistinta da quattro epoche principali:

PRIMA EPOCA
Nella prima epoca, dall’antichità ai primi dell’800, si compiono tentativi di coltura diretta del tartufo. Il criterio era quello di affidare al terreno una parte o l’intero corpo fruttifero, alla stessa stregua delle semine agrarie, senza l’ausilio di alcun albero poiché non era ancora conosciuto il rapporto di simbiosi fra pianta e tartufo. Nel “Opusculum De Tuberibus” (1564) l’autore Alfonso Ceccarelli consigliava di cospargere il suolo con terra umida mista a tartufi finemente triturati, mentre, nelle sue “Lettere” (1780), il Conte De Borch suggeriva di interrarli interi e marcescenti in solchetti a pochi centimetri di profondità. Nel trattato su “La coltivazione dei tartufi” (1827) De Bornholz indicava di “togliere i tartufi con delicatezza dal luogo in cui sono prodotti e trapiantarli, senza pulirli dalla terra intorno, in altro luogo, dentro apposite buchette riempite di argilla e letame e dopo averli coperti con fronde di quercia, innaffiarli”.

SECONDA EPOCA
Nella seconda epoca, dai primi del ‘800 a metà circa del ‘900, intuita la relazione fra pianta e tartufo, prende il via il metodo di coltura indiretta del tartufo mediante l’impiego di alberi. La coltivazione avviene comunque a livello empirico: si coltivano piante notoriamente tartufigene su terreni notoriamente tartufigeni. In genere si raccoglievano a terra ghiande di piante che davano tartufi per seminarle in zone ricche di tartufaie naturali; i prerequisiti (spore e micelio di tartufo sparso nel terreno) permettevano che le nuove piantine, svilupandosi, avessero buone probabilità di contrarre simbiosi micorrizica con il tartufo e quindi di entrare in produzione. La storia vuole scopritore del metodo di coltura indiretta, nel 1810, un agricoltore francese della Provenza di nome Talon, il quale avendo seminato ghiande per rimboschire un proprio terreno, raccolse alcuni anni più tardi tartufi neri sotto le giovani querce. Il metodo venne poi ampiamente diffuso da un negoziante della stessa zona mediante la creazione di numerose tartufaie produttive (Loubet, 1866). Successivamente inizia a farsi strada un tipo di coltivazione dei tartufi basata sul rimboschimento in zone idonee, che in Italia trova molti consensi grazie anche agli scritti del Mattirolo (1908, 1909, 1920, 1928). Così l’autore si esprimeva: “la tartuficoltura in ultima analisi equivale ad un rimboschimento fatto in determinate condizioni di ambiente, con determinate specie di alberi, sulle radici dei quali cresceranno i tartufi”. Da questo momento il rimboschimento viene utilizzato sempre più quale tecnica ordinaria per la coltivazione dei tartufi, come testimoniano gli impianti sperimentali effettuati in varie provincie e regioni italiane, prima da Francolini (1919, 1931, 1932) allora Direttore della Cattedra Ambulante di Agricoltura di Spoleto e poi, con maggior successo, da Mannozzi Torini (1956, 1958, 1965, 1971), Ispettore del Corpo Forestale dello Stato per la Regione Marche, il quale ha costituito numerose tartufaie coltivate nel Centro Italia, con piantine tartufigene prodotte in vivaio. Queste tartufaie, ancora in produzione, rappresentano esempi ben riusciti di coltivazione. Il metodo Mannozzi Torini, che costituisce la base dei metodi attuali, si basava sull’impiego di ghiande, preventivamente immerse in una soluzione acquosa contenente una poltiglia di tartufi ben maturi e zucchero come collante (per far aderire meglio le spore alle ghiande). Le ghiande venivano seminate, due o tre, in fitocelle riempite con terreno delle tartufaie naturali produttive e quindi, così confezionate, poste in vivaio in aiuole appositamente prepa­rate e lì mantenute per una stagione vegetativa.

TERZA EPOCA

Nella terza epoca, che va dai primi anni ‘60 agli inizi degli anni ‘80, la coltivazione avviene tramite l’utilizzazione di piantine preventivamente micorrizate in laboratorio ed allevate in serra. In quest’epoca, dopo gli studi compiuti sulle micorrize ectotrofiche di Tuber e di altri funghi ipogei, si ottengono in laboratorio le prime sintesi micorriziche fra piante sterili e tartufi (Fassi e Fontana, 1967; Palenzona, 1969; Fontana e Palenzona, 1969; Fontana e Fasolo Bonfante, 1971). Contemporaneamente si tenta la coltivazione in coltura pura dei loro miceli (Fontana, 1968, 1971). E’ l’epoca in cui le ricerche e le sperimentazioni vengono indirizzate soprattutto alla coltivazione del tartufo nero pregiato, del quale cominciavano ad essere più note la biologia e l’ecologia; infatti le numerosissime tartufaie impiantate in quest’epoca sono soprattutto di Tuber melanosporum, mentre pochissime sono di Tuber magnatum.

Di questo ultimo tartufo, dalla biologia più complessa e con maggiori esigenze rispetto ai vari fattori ecologici, le prime sintesi micorriziche ottenute in maniera non aleatoria ma sicura e ripetitiva sono state conseguite molto più tardi (Palenzona e Fontana, 1979).

QUARTA EPOCA
La quarta epoca, che si fa partire dagli inizi degli anni ‘80, è quella “attuale” in cui si vuole arrivare a coltivare in maniera sicura anche il tartufo bianco pregiato. L’obbiettivo principale è quello di promuovere le condizioni più favorevoli per la formazione dei corpi fruttiferi dopo l’impianto; condizioni che presuppongono il mantenimento in campo della micorrizazione specifica. Infatti si studiano i fattori che influenzano la micorrizazione di piante forestali con il Tuber magnatum (Zambonelli, 1983) e si mettono a punto tecniche più sicure per il raggiungimento della sintesi micorrizica con tale tartufo (Tocci et al., 1985), prendendo in esame i parametri che ne determinano l’allevamento in serra (Gregori e Ciappelloni, 1988).

Nel campo della micorrizazione, attualmente le sperimentazioni vertono sulla produzione di micelio di tartufo da utilizzare come inoculo di semenzali (Lo Bue, 1990) o di piantine micropropagate, la cui produzione diviene sempre più consistente (Zambonelli, 1990; Zuccarelli, 1990). Anche le esigenze ecologiche del tartufo bianco pregiato vengono minuziosamente scandagliate su un vasto territorio dell’Italia centrale comprendente le regioni Marche, Romagna, Toscana, Umbria (Mirabella, 1983; Elisei e Zazzi, 1985; Tocci, 1985; Bencivenga e Granetti, 1988). Al fine della coltivazione dei funghi simbionti fondamentale diventa la conoscenza della microbiologia dei terreni tartuficoli (Filipello Marchisio e Luppi Mosca, 1983, 1984) e vengono intraprese indagini per caratterizzare le ectomicorrize di altri funghi presenti nelle tartufaie naturali e coltivate di tartufo bianco, e valutarne le interazioni nella rizosfera (Gregori et al.,1988). Importanza sempre maggiore assumono poi le conoscenze sul divenire della micorrizazione dopo il passaggio in pieno campo delle piantine micorrizate (Fontana et al., 1982; Granetti et al., 1988). Vengono anche messi a punto metodi nel caso in cui la micorrizia desiderata non si sia mantenuta in pieno campo (Lo Bue et al., 1988). Va ricordato infine che nelle tartufaie coltivate cominciano le prime produzioni di carpofori di Tuber magnatum (Giovannetti, 1988), purtroppo fino ad oggi senza riscontri oggettivi. I risultati conseguiti in questi decenni ed il nuovo impulso dato alla tartuficoltura, ormai intrapresa su basi scientifiche e con mezzi moderni, sono stati oggetto di appositi convegni. Dopo il 1° Congresso Internazionale sul Tartufo tenutosi a Spoleto nel 1968, e dopo quello internazionale di Souillac sulla tartuficoltura nel 1971, sempre più frequenti si fanno gli incontri scientifici a partire dagli anni ottanta. Nel 1988, sempre a Spoleto, si ha il 2° Congresso Internazionale sul Tartufo fortemente voluto dal Cavaliere del Lavoro Paolo Urbani e, nel 1991 a l’Aquila il 3°. Nel 1996 a Campoli Appennino si è avuto un incontro interregionale per discutere sulle problematiche del bianco e per valutare la convenienza dell’impiego in tartuficoltura dei tartufi meno pregiati. Nel 1999, ad Aix en Provance, si è tenuto il 5° Congresso Internazionale sulla “Scienza e coltivazione dei tartufi” che, per numero dei partecipanti e qualità dei lavori presentati, resterà sicuramente una pietra miliare.

Agli inizi degli anni novanta si comincia anche a parlare di biotecnologia legata al tartufo e di DNA relativamente a metodi di certificazione. Nel 1994 si è svolto ad Urbino un Congresso internazionale su tali applicazioni tendente a fare il punto della situazione. Nel 1996 si è tenuto a Sant’Angelo in Vado il 1° Incontro scientifico sulla biotecniologia della micorrizzazione; seguito, nel 1997, a Campobasso, dal 2° Incontro tematico e nel 1998 ad Alba dal 3°. Anche nel campo della micorrizazione, non necessariamente legata al tartufo, ma estesa anche ad altri funghi eduli, sono stati organizzati importanti incontri a livello europeo. Si possono ricordare quello di Digione nel 1986, quello di Praga nel 1988, quello di Berkeley, quello di Uppsala nel 1998. Su questo tema, per gli addetti ai lavori, un altro incontro si svolse a Sidney nel 2001, in Australia, paese produttore di ottimi Tuber Melanosporum Vitt, distribuiti nel mondo anche dalla Urbani Tartufi. In Francia, invece, lo sviluppo della Tartuficoltura ebbe un suo punto fermo nel 1855, anno in cui si tenne “L’Esposizione Universale di Parigi”, dove furono presentati i primi lotti di tartufi ottenuti dai rimboschimenti fatti mediante la semina delle “ghiande tartufigene”, così definite dai Francesi. Nel 1880 arrivò in Francia l’epidemia della “Fillossera” che uccise tutti i vigneti, dando una forte scossa a tutto il mondo del prezioso vino francese. Ma tutte quelle terre vennero ripulite e convertite alla coltivazione dei tartufi che divenne una vera e propria attivita’ agricola fino ad arrivare al 1884, anno in cui uno studio ufficiale del Ministero dell’Agricoltura Francese riportò che “una buona tartufaia vale il doppio di una vigna della medesima superficie”. Ma dopo la prima guerra mondiale, per i numerosi insuccessi e per la troppa approsimazione, la tartuficoltura venne abbandonata. Solo nel 1970 ritroviamo in Francia l’uso delle piante micorrizate importate dall’Italia, la cui introduzione avvenne pero’ senza una sufficiente analisi delle condizioni ambientali e l’utilizzo di tecniche colturali mutuate dalla frutticoltura intensiva, hanno troppo spesso portato a risultati produttivi mediocri e irregolari.

L’EPOCA CONTEMPORANEA E TRUFFLELAND
Anche per questo Truffleland ha deciso di nascere. Con una percentuale altissima di presenza di micorrize (oltre il 70%) nell’apparato radicale di ogni pianta e fattori inquinanti mantenuti pari allo zero, la riuscita delle tartufaie firmate Truffleland è garantita. Spesso una cosa buona nasce da cocenti delusioni. La Famiglia Urbani, fin dagli anni ‘60, si è dedicata alla tartuficoltura, acquistando piante qua e là, ma ottenendo sempre scarsi risultati. E per chi del tartufo ha fatto una sua ragione di vita, quegli insuccessi sono oggi alla base di una spinta entusiastica ed allo stesso tempo basata su serissimi criteri scientifici verso la più moderna tartuficoltura, il cui grado di insuccesso è stato del tutto annullato.

La tartuficoltura, inoltre, ha un rischio elevato di estinzione perchè:

–  le coltivazioni sono soltanto locali e si trovano in aree spesso isolate;

– è un prodotto solo ad uso di nicchia;

– la presenza di popolazioni rurali anziane, fautrici di questa conservazione;

– la mancanza di standard per le pratiche colturali;

– la globalizzazione dei mercati e la omologazione delle produzioni.

Truffleland ritiene necessaria un’adeguata azione di conservazione con interventi “ex-situ” come inizio, per poi proseguire con un intervento più ampio “in situ” per salvaguardare anche la diversità genetica. Truffleland vuole essere una bandiera per la biodiversità vegealedel tartufo in Umbria e per la sua conservazione. La perdita di una biodiversità genetica del tartufo contribuirebbe anche ad un appiattimento culturale e comporterebbe una perdita di tradizioni popolari, usi e costumi, mentre la sua salvaguardia ci permette unaconservazione e una valorizzazione della “coltura” e della “cultura” di quel territorio.