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Tempus Fugit

Tempus Fugit

Perchè andiamo sempre di corsa?

Non chiedetevelo, è nella natura umana, l’importante è che teniate a mente che, da recuperare o perdere, il tempo è nostro maestro. Amico o nemico, il suo aspetto muta con lo scorrere delle nostre vite, vestendo il colore dei nostri stati d’animo e delle nostre passioni. Perduto o guadagnato, il tempo scrive la trama delle nostre esistenze. Impariamo soltanto a catturare l’istante che conta, quello che fa la differenza, fino all’arrivo dei tartufi. Tempus fugit, il tempo fugge via e ci scivola fra le dita, senza che ce ne accorgiamo: pare sia passato un attimo e invece è trascorsa la nostra intera vita e non c’è più tempo per fare tutto quello che volevamo fare, per realizzare i nostri sogni: ecco, è finito, lo abbiamo consumato tutto e ormai è troppo tardi per qualsiasi cosa. E allora come può preoccuparci l’idea dell’attesa? Anzi, l’attesa stessa ci renderà persone migliori. Virgilio lo aveva colto ed espresso a modo suo, con un lampo di potenza inimitabile, pur nella sua apparente compostezza ed armonia, nella sovrana ed impeccabile leggerezza del verso famosissimo: “Ma intanto fugge, fugge irreparabilmente il tempo”. Con quel “fugit” che, ripetuto due volte, sembra scandire impietosamente la marcia inarrestabile del tempo che finirà solo quando noi stessi ne saremo del tutto consumati, come una candela che si spegne e trasforma in fumo la sua fiamma vitale. Molte persone al giorno d’oggi vivono letteralmente nell’ossessione del tempo che fugge; sono come attanagliate da un’inquietudine, da un’angoscia vera e propria, che le spinge sempre avanti, senza tregua né riposo, come se un segreto senso di colpa, un silenzioso rimprovero, ordinassero loro di non fermarsi mai, pronti a rinfacciare la più piccola sosta o incertezza. Seneca, con il suo De brevitate vitae, ha provato a contrastare quella forza, a esorcizzare una simile inquietudine; abbiamo di lui ammirato la sua calma saggezza e la sua critica all’inutile agitarsi ed all’inutile voler fare molte, troppe cose, come se la quantità fosse tutto ciò che conta. Ma queste non sono cose che si apprendono dai libri. Il solo libro che conti davvero, l’unico dal quale si possa imparare qualcosa, è il libro della nostra stessa vita. Davanti alle sue pagine ancora bianche, siamo tutti ugualmente principianti e impreparati: tutti dovremo procedere per tentativi, e nessuno ci potrà insegnare scorciatoie d’alcun tipo.

Tempus fugit, dunque, dice l’antica saggezza: ma è proprio vero? È proprio vero che il tempo ci sfugge inesorabilmente, che ci lascia sempre indietro, che siamo condannati a perdere la rincorsa dei nostri sogni, delle nostre più profonde aspirazioni? È proprio vero che, se avessimo più tempo a disposizione, riusciremmo a fare chissà quali cose, a raggiungere chissà quali mete? È proprio vero che siamo vittime di un problema quantitativo, di una penuria di anni, di giorni, di ore, di minuti, come una beffa permanente del destino? Noi di Truffleland non lo crediamo. Diremo di più: ci sembra che questo somigli molto ad un alibi precostituito, volto a giustificare in anticipo il fatto che manchremo la cosa più importante della nostra vita, cioè la scoperta e la conquista del suo significato. Da questi passi, Truffleland muove la sua filosofia ispiratrice, quella filosofia che ci ha aiutato a capire che il tempo che separa la messa a dimora della piantina dalla produzione del tartufo non è infinito. All’inizio di ogni progetto ci sembrerà tantissimo, ma non è così. Si tratta di un tempo che fuggirà, che servirà a riconoscere qualcosa che, di fatto, è già sotto i nostri occhi, solo che noi non la sappiamo vedere. Osserviamo delle piccole piantine ma tutto quello che porteranno non lo immaginiamo neppure, perché siamo troppo legati soltanto ai fenomeni che conosciamo bene. Ma se puntiamo all’essenziale, non perderemo mai il nostro tempo: perché l’essenziale è tenere ben presente che la piantina darà i suoi tartufi, trasformerà le terre incolte nell’agricoltura più redditizia del mondo, riporterà i giovani a trovare un’occupazione finalmente possibile e sicura, assolvendo anche ad una delle più elevate funzioni sociali: riportarci ai valori autentici che si sono perduti e che saranno gli unici a ridarci un’alta qualità della vita. Valori come la terra. “La piantina” avrà bisogno di cure, assisterà muta al susseguirsi delle stagioni e si fortificherà contro le intemperie, metterà a dura prova la nostra pazienza, ma ci aiuterà a crescere con lei, ci farà osservare la natura da vicino, il nostro sguardo finalmente si fermerà sulla sua perfezione impareggiabile, conosceremo l’immensa bellezza delle mutazioni stagionali e quando finalmente sarà arrivato il momento, raccoglieremo i tartufi, miracolo della terra! A quel punto è proprio “la piantina” che ci ha insegnato a prendere la vita nel modo giusto e capiremo che ne è valsa sicuramente la pena.